educazioneEducare non è mai stata una cosa semplice.
Nel nostro tempo, impregnati come siamo di un’ondata di iperprotezionismo verso i nostri figli, forse, è ancora più difficile capire come comportarsi per educare e far rispettare le regole, in una parola, per farsi obbedire.
A cosa serve la regola? Per i bambini le regole sono importantissime, delineano una strada chiara e rassicurante da seguire. Ma se il genitore identifica la regola con la punizione, e quindi con qualcosa di negativo e sconveniente, allora la situazione si complica. Ogni genitore possiede un proprio stile educativo preferenziale; esso ha radici lontane, nella famiglia d’origine, luogo in cui impariamo ogni modello fondamentale di relazione. Siamo iperprotettivi, autoritari, autorevoli? Conoscere da dove partiamo è già un buon punto di partenza.
Oggi è molto diffusa una “pedagogia della felicità”: i nostri figli chiedono e ottengono senza desiderare granché, riavvolgono un nastro e scelgono in tv le scene da rivivere e, se li vediamo piangere, noi i genitori ci “scompensiamo”. Perché? Il pianto è utile fintanto che serve a scaricare la tensione emotiva accumulata. Non solo. Il bambino comunica con il pianto. Le mamme dei neonati lo sanno bene, riconoscono se il loro bambino piange di dolore, di fame, di sonno e così via.
Dunque….
Davvero può bastare solo l’amore per crescere i nostri figli? Davvero è così importante renderli sempre felici tenendoli lontani dalle frustrazioni? No, non credo davvero. Essi hanno bisogno si di amore, ma anche di un genitore presente, capace di sostenerli, guidarli, ascoltarli.
Allora, come educare?
Molto è stato scritto in letteratura su questo argomento. Ognuno può scegliere lo stile educativo che più gli è congeniale.
Le punizioni possono essere date, devono essere date se con l’intento di guidare: poche, chiare, semplici, tali che il bambino possa comprenderle e soprattutto non lontane dall’azione che devono correggere. Non serve umiliare, urlare, basta essere fermi e coerenti. La punizione non ammette incertezze e ripensamenti. Ma non sempre essa ottiene effetti. A volte perché ritardata, altre perché si tolgono al bambino cose verso le quali egli non ha grande interesse, altre volte perché il genitore vedendolo “soffrire” fa retromarcia vanificando le intenzioni iniziali.
educare2Un altro modo per affrontare un comportamento oppositivo è forse più impegnativo per il genitore ma di grande efficacia educativa. Prima di agire sul comportamento del bambino, il genitore può lavorare su se stesso e chiedersi: “Cos’è un capriccio per me? Perché mio figlio sta disobbedendo? Gli ho chiesto di eseguire una cosa alla sua portata? Ha compreso quello che gli ho chiesto? Non gli avrò forse chiesto troppe cose in un unico comando? Ha disobbedito perché troppo impegnato in un’azione per lui particolarmente gratificante?”. Solo dopo aver compreso si può scegliere il modo migliore e più efficace per intervenire.
Un altro modo, per farsi obbedire è quello di rinforzare costantemente i comportamenti positivi, cioè tutte le azioni corrette che il bimbo compie, ignorando quando possibile, i comportamenti sbagliati. Tutti tendiamo a riprodurre più facilmente un comportamento per il quale siamo stati lodati più che uno per cui siamo stati ignorati a meno che il bambino non sia costantemente ignorato da chi si occupa di lui e invece ottenga attenzioni esclusivamente quando combina guai. A volte essere la peste di casa è meglio di non essere visti e considerati!
Come si comprende da quanto finora esposto, a mio avviso, non è tanto importante lo stile che adottiamo con il nostro bambino, quanto piuttosto la relazione che riusciamo a creare con lui. Non possiamo pretendere ascolto, obbedienza, rispetto, comprensione se non creiamo con nostro figlio una relazione basata sulla fiducia e sul rispetto reciproco.